E anche quest’anno l’All Star Game, anzi: All Star Weekend, della NBA ci ha insegnato qualcosa. Reduci da spettacoli nostrani portatori di un alto tasso di imbarazzo non possiamo che rimanere a capo chino come scolari indisciplinati davanti al rimprovero di un professore. Non vi faremo un resoconto delle partite o delle gare che hanno avuto luogo nel finesettimana celebrativo della NBA; non perchè “le difese blablabla” o “il gioco è già abbastanza individuale nella NBA blablabla” o “in certe partite il dato tecnico cede il passo allo spettacolo circense blablabla”. Semplicemente non lo faremo perchè le partite e le sfide sono l’ultima cosa che conta, la meno importante di tutte. E’ appena ovvio che, come è accaduto venerdì, passare nel giro di qualche ora da un paio di gare di Eurolega alla partita delle Rising Stars sia un piccolo choc per il décalage di intensità che comporta. Però, a cominciare proprio dal venerdì, abbiamo avuto modo di constatare che la NBA si preoccupa tutto l’anno di come organizzare l’ASW, e di come provare a intercettare sempre, anche nei momenti meno sontuosi e più noiosi, l’attenzione del pubblico, quello all’Arena come quello a casa. Così, ecco che la partita delle Stelle Nascenti assume la forma di una sfida USA – Internationals. Non è un caso che questa formula prenda piede nella stagione seguente alla vittoria di Team USA ai Mondiali; probabilmente non è nemmeno un caso che, circa un mese prima della partita, Kobe, votato ma impossibilitato a partecipare, abbia sollevato la questione della sempre minor perizia tecnica dei giocatori USA rispetto agli Internationals. Ovviamente la dichiarazione di Kobe non era destinata principalmente alla riuscita della Partita delle Stelle, ma era una sorta di lungo tappeto rosso steso da LA fino a Memphis per solleticare l’attenzione di Marc Gasol (futuro free agent) nei confronti della franchigia gialloviola (ed ex franchigia del fratello Pau: il tempo dirà se questo sia una spinta o un deterrente per Marc..): sta di fatto che tutti, durante l’evento dei rookies, avranno pensato anche alle parole del figlio di Joe. La NBA cura il Finesettimana delle Stelle perchè si tratta della propria autocelebrazione e di una celebrazione del basket. Ciò accade anche nelle cose più sciocche: se per tutto l’anno le coppie presenti alle partite non fossero vessate (dal mio punto di vista) o gratificate (dal punto di vista di molti altri) dalla Kiss-Cam, il comico di turno non potrebbe fare due minuti di sketch durante una qualche pausa dell’evento prendendo in giro le coppie protagoniste di una sorta di Best Of delle Kiss-Cams dell’anno. Personalmente farei mille cose anche fisicamente dolorose prima di spingermi a formulare una proposta di matrimonio durante l’intervallo tra il 3pts-Shootout e lo Slam-Dunk Contest, ma ci sono altre migliaia di persone che lo troveranno romantico, e questo non farà altro che tenere viva l’attenzione, intenerire qualche cuore, aggiungere qualche NBA-fan al già enorme numero di tifosi. Insomma, passa una certa differenza tra l’organizzazione NBA e quella italiana. Spesso in Italia, solo a un paio di mesi dalla data scelta, non si sa ancora dove l’ASG del Campionato Italiano si terrà, rinunciando dunque a qualsiasi ipotesi di cura preparatoria che duri tutto l’anno. A parte alcuni episodi concentrati soprattuto negli anni ’80 e ’90, la Partita delle Stelle non è mai stata un punto forte della italica pallacanestro, ma in qualche modo ci preme scrivere queste righe nell’anno in cui abbiamo toccato il fondo. Partita, contesto, commento: l’edizione 2015 dell’ASG italiano è stata una mortificazione del basket nostrano, altro che celebrazione. Quindi non ci sentiamo proprio in grado di sollevare la testa davanti al professore che ci rimprovera, pur non essendo fanatici di All Star Game e gara delle schiacciate, a nessuna latitudine. Però….però: ci sia consentita una digressione finale su Zach LaVine. Il vincitore dello Slam-Dunk Contest ha riportato il livello della manifestazione vicino a fasti passati: le due schiacciate del primo round, la seconda a nostro parere in modo particolare, sono davvero degne di Vince Carter o Nique Wilkins. E lui, Zach, già fiero indossatore durante il venerdì dei rookies di un paio di fantastiche scarpe da gioco argentate, ha confermato di essere degno del soprannome che gli abbiamo dato: il Selvaggio.