Dopo la Eastern Conference, ecco la Western: con un paio di soggetti a no ben noti: Gallo e D’Antoni.

Resta sempre valida la non rilevanza del politically correct, nel nostro Ranking. Buon divertimento.

15 – NEW ORLEANS PELICANS. Insieme a Washington sono la squadra messa peggio di tutta la NBA se si sommano presente e futuro. E’ vero, hanno blindato la loro Superstar Anthony Davis con un ricco pluriennale appena firmato, ma con questo ritmo di sconfitte e con la poca veggenza del Front Office anche Monociglio si stancherà presto. Anzi: già si è stufato, basti guardare le ultime prestazioni da 20+8…15+7…roba di lusso per tanti, briciole svogliate per lui. Hanno un giocatore simile, hanno un allenatore, Gentry, che ha vinto da assistente (e non un assistant da tappezzeria) a Golden State, ma, tra infortuni e scelte non tanto lungimiranti (Buddy Hield….) stanno precipitando. E il monociglio, uno di fisico fragile, che ha giocato al massimo 68 gare in una sola stagione, è costretto a un minutaggio che si attesta oltre i 38 di media per raccattare qualche sporadica W: abbastanza per decidere di costringere i Pels a una trade per liberarlo e andare a vincere altrove.

14 – MINNESOTA TIMBERWOLVES. Questo voto è figlio anche della nostra profonda delusione. Sono loro il nostro errore più marchiano dal Power Ranking prestagionale: eravamo certi del collimare di tutte le componenti positive di Minnie. Talento, gioventù ma anche una certa esperienza ormai, un allenatore nuovo e santone: ci aspettavamo la fioritura di questa squadra. Invece, ancora perdono facendosi rimontare 9 punti in 90 secs (in casa vs i Rockets), ancora sono ultimi per difesa al ferro e per difesa in situazioni di transizione (concedono 1,22 pti per possesso agli avversari in questo caso), ancora attaccano pensando prima a fare il proprio gesto, e a farlo bello, e solo dopo pensano alla squadra, al risultato, alla concretezza. Tom Thibodeau sta rivelandosi solo un coach e non un santone, e non sono in pochi a ritenere molto probabile che possa partire uno dei gioiellini: Wiggins il primo indiziato, quasi a pari merito con Rubio. Molto deludente finora la prima scelta Kris Dunn, uno che pareva essere molto più NBA-ready di quanto stia dimostrando, in particolare per un rendimento offensivo davvero miserello.

13 – PHOENIX SUNS. Difficile dare un posto preciso ad una squadra giovane, in piena ricostruzione e che non ha alcun interesse, proprio zero, a vincere. Tutto il lavoro è mirato alla costruzione del futuro, sia per quel che riguarda un certo tanking, tale da far arrivare a un’ottima posizione al prossimo Draft, sia al miglioramento dei giovani che popolano il roster. Alcuni sono già pronti: Devin Booker è un NBA player fatto e finito, è solo al secondo anno e già bussa alle porte del primo livello. Marquese Chriss sta avendo spazio in quintetto, e minuti superiori al suo rendimento, ma a tratti lascia trasparire buone qualità, mentre Dragan Bender è ancora tutto da costruire. Il resto del roster si barcamena tra una serena fine carriera (Chandler) e la speranza che presto si possa cominciare a vincere qualcosa. Il Front Office ha a disposizione un gran numero di ottime scelte nei prossimi anni, ma non è che sappia sempre scegliere per il meglio: per esempio hanno lasciato andare IT4 che ora è un AllStar e hanno preso Brendan Knight che era quasi un AllStar (prima riserva 2014), ed ora è uno qualunque o quasi. Ci vuole anche manico, e non è Earl “orecchie” Watson.

12 – DALLAS MAVS. Sono ultimi e per un certo tempo sono stati ultimissimi. Ma quel tempo ha coinciso con l’infortunio di tutte le pg presenti nel roster: incredibile, sono 4 e per alcune partite i Mavs son dovuti partire con Seth Curry (il Curry scarso) in pg. E il primo cambio era uno che non fece benissimo a Brindisi, pochi anni addietro (Gibson). Però i Mavs hanno talento vero in roster: gente che ha vinto Anelli (Dirk e Bogut, che prima o poi torneranno, e Harrison Barnes), gente abbonata ai PO (D-Will, Barea, Wes Matthews: per lui a dicembre 44% da 3) e giovani di prospettiva (Al-Aminu e Finney-Smith). Inoltre sono allenati da Rick Carlisle (anche lui un Anello) che è uno dei primi cinque allenatori della NBA. Infatti, fino a che Bogut ha poturo giocare, i pur derelittissimi Mavs erano primi nella NBA per difesa nel pitturato. Secondo noi risaliranno, ma, anche se la presente stagione dovesse andare male, non sono una franchigia destinata a finire allo sbando.

11 – LOS ANGELES LAKERS. L’effetto-sorpresa è finito, ma il fatto che per le prime 6 settimane di RS i Lakers abbiano viaggiato oltre il 50% di record è di certo un segnale che il nuovo enfant prodige del coaching USA, Luke Walton, sa il fatto suo anche da capoallenatore, e che ha materiale su cui lavorare. Il Dicembre giallo viola è tragico per risultati, con 8 ko in fila per esempio, ma Randle-Nance-Russell-Clarkson-Ingram sono il nucleo del futuro, e sono aiutati da gente dall’ottimo presente come Lou Williams o Luol Deng. Inoltre, se chiedete a qualunque giocatore se gli piacerebbe andare a giocare ai Lakers vi risponderà di sì; quindi, se davvero stelle come Davis, Cousins, Butler, Griffin, lo Splash Klay finiranno su piazza, la Los Angeles figlia di Minneapolis sarà sempre in pole per arrivare ad uno di loro. Ora hanno non solo l’appeal sia storico che attuale, ma anche il salary cap mezzo vuoto: per poter pagare chiunque qualunque cifra. Se proprio volete vi facciamo un nome: Anthony Davis.

10 – PORTLAND TRAIL BLAZERS. I ragazzi di Terry Stotts (coach of the year ignorato dell’anno scorso) sono in grave difficoltà. I violini sono due, l’immenso Lillard e McCollum, ma né loro né il contorno sta ripetendo una stagione all’altezza di quella sorprendente dello scorso anno. Intendiamoci: il risultato da far stropicciare gli occhi è stato quello del 2015-16, perché quest’anno tutta la delusione che si percepisce attorno ai ragazzi del ModaCenter è figlia di quel miracolo. Quest’anno, semplicemente, non stanno riuscndo ad andare oltre le proprie capacità, e Lillard è atteso ovunque da posti di blocchi doppi, tripli e quadrupli. Aggiungiamo qualche infortunio (Al-Aminu), qualche innesto che non sta procedendo nel modo migliore (Evan Turner) e qualche giocatore che ha pensato di esser diventato una star (Harkless). Il mancato apporto di Festus Ezeli, arrivato da Golden State già rotto e mai in campo, si sta rivelando drammatico: il settore del gioco dove i Blazers subiscono maggiormente è il pitturato, sia per scoring che per rebounding. Per non parlare della difesa: se si esclude che il quintetto Lillard-McCollum-Harkless-Aminu-Plumlee (che però, tra infortuni e altri problemi non sta insieme moltissimo) riesce a concedere solo 98 pti su 100 possessi agli avversari, ricordate che qualsiasi variazione da quella line-up porta i Blazers a “vette” come i 119 su 100 possessi concessi a Dicembre dalle altre squads messe in campo da Stotts.

9 – SACRAMENTO KINGS. Statisticamente DeMarcus Cousins sta facendo cose a cui hanno avuto accesso solo Hakeem Olajuwon e David Robinson, ma le sue rabbie, ire, scenate sono lontane dall’essere in controllo. I Kings, franchigia che il giocatore Rudy Gay, che ci gioca, ha definito “basketball hell”, stanno provando a darsi una sistemata: la cosa sta riuscendo grazie all’opera dell’allenatore più adatto ai “lavori sporchi”: David Joerger, mente finissima con estrazione dalla gavetta di tutte le minors del panorama americano. Discretamente si sta comportando anche Vladone Divac, il GM dei Kings, che però ha già al suo attivo una boiata come aver scelto al numero 13 dello scorso Draft il centro greco Papagiannis, e aver lasciato passare gente come Siakam o Juan Hernangomez. Nelle W i Kings sono una signora squadra, che per esempio difende alla grande, concedendo agli avversari 96 pti su 100 possessi. Nelle sconfitte sono pietosi ovunque. La costanza, e riuscire a governare DMC, sono parte dello stesso futuro e dello stesso destino: se saranno missioni compiute i Kings potrenno rinnovare i fasti di metà 90’s – inizio 2K’s, altrimenti continueranno ad essere l’inferno del basket. Il grande buco è nelle guardie, reparto da rifondare pieno di discreti giocatori e nessuna star: faremmo quanto prima un bel pacchetto con Collison-Afflalo-McLemore in cambio di un giocatore solo ma di livello superiore ai 3.

8 – DENVER NUGGETS. Mettiamo i Nuggets davanti ai Kings solo per motivi di solidità e organizzazione della franchigia. A Denver manca LA star. A meno che Jokic non progredisca fino a quel livello, il che non è facile ma neppure impossibile. Il Gallo gioca secondo quel che è diventato, ossia un giocatore molto diverso da quello del primo anno in Colorado: meno veloce ed esplosivo, molto più esperto e capace di prendersi responsabilità. I tabellini, non di rado pessimi per % di tiro, sono soprattutto figli del contorno che non agevola il nuovo gioco e le nuove caratteristiche di Gallinari. Dopo un anno e mezzo di abulia e regressione è tornato a fare discrete partite The Manimal, aka Kenneth Faried, l’unico a non aver tratto benefici dall’esser stato parte della fenomenale squadra di T-USA che vinse i Mondiali spagnoli. Le guardie sono giovani, futuribili e talentuose, lo stesso discorso vale per i lunghi Jokic e, in minor misura, Nurkic. I giocatori di mezzo per anzianità di servizio, come Gallinari, Faried, Chandler, sono chiamati a reggere per il momento il grosso del peso del rendimento e della crescita della franchigia, ben sapendo che qualcuno potrebbe fare le valigie. Le acuminate stats NBA evidenziano, per esempio, che la coppia Gallo-Faried gioca bene insieme ma non tanto se messa accanto a Nurkic, che però si accoppia molto bene con Jokic e Chandler. E così diventa difficile immaginare chi, in una ipotetica trade, converrebbe mandare via dei 5 giocatori nominati. Per ora i Kings li precedono nella corsa alla PO Picture, ma secondo noi i Nuggets, pur meno talentuosi, sono più affidabili.

7 – OKC THUNDER. Apprezziamo la stagione di Russell Westbrook, apprezziamo i tentativi di Billy Donovan di gestire al meglio il contorno al suo Campione, per esempio provando a sviluppare la TwinTowersTheory con Adams ed Enes Kanter contemporaneamente in campo. Apprezziamo anche la rookie season di Domantas Sabonis, che non sta facendo miracoli ma sviluppa un discreto basket senza farsi schiacciare dal cognome che porta, però ci affidamo al suo esempio per raccontare di come sia difficile non solo trovare giocatori “degni” di giocare accanto a Russell, ma anche trovare giocatori “capaci” di giocare a Russ-Ball, branca del Basket-Ball assai simile al fratello maggiore, ma non del tutto uguale. Tra sue timidezze e palloni che non arrivano, al 10 di Dicembre, su 477 minuti giocati, il giovane Lituano aveva guadagnato un solo viaggio in lunetta. UNO solo. Temiamo che le contraddizioni di OKC diventeranno un vero problema una volta arrivati ai PO, a meno di arbitraggi enormemente favorevoli che vogliano portare almeno alle Conference Semis la grande Russ-attraction. Anche perché Westbrook è uno tra i peggiori, nel novero dei giocatori-leader di ogni franchigia, per rendimento negli ultimi 5 minuti: per esempio, è 0/5 nei game-winner shots.

6 – MEMPHIS GRIZZLIES. La miglior difesa NBA, sia per numeri che a guardarla giocare, cosa che, da vecchio aficionado, preferisco privilegiare. Attacco stentatello ma molto dispendioso in termini di energie richieste ai due uomini-cardine: Mike figlio di Mike COnley e Marc fratello di Pau Gasol. Il numero di tocchi dei due su ogni possesso Grizzlies è impressionante, e poco importa che il resto della squadra stia reagendo been al cambio di panchina, da Joerger a Fizdale. Il neo coach ha subito dimostrato capacità tattiche (spostato Randolp a sesto uomo, avanzato in quintetto JaMychal Green, migliorato al punto da esere pericoloso sulle triple angolari) e capacità di governo del locker, quindi da quel lato Memphis è a posto. Preoccupa invece la fatica che devono fare i due leaders, contando anche il fatto che Conley è fragilino: dopo le quasi 50 gare saltate lo scorso anno, in questa stagione siamo già a una decina di assenze. PO certi, cammino post-stagionale breve.

5 – UTAH JAZZ. Come ci si può non innamorare di una squadra che gioca come l’Olympiacos e che continua a tenere un ritmo da 60% di record, pur non avendo quasi mai avuto a disposizione tutto insieme il quintetto titolare? Come si può non amare una squadra che porta, con il proprio gioco, l’Australiano meno pronosticabile (Joe Ingles) ad essere il triplista numero 1 della NBA per % di tiro, mentre sopporta con nonchalance il fatto che l’Australiano più pronosticato (Dante Exum) forse non valeva la chiamata numero 4 al Draft 2015? Come si può non amrae un coach (Quin Snyder) che sta tirando fuori il meglio da Rudy Gobert, 2.23 francese che gioca leggero come una ninfea pur difendendo come un minatore, e e lo fa accontendandosi di vedere la palla in attacco solo una partita su 3? Infine, come non amare Gordon Hayward, sempre e ingiustamente ignorato da tutte le ultime edizioni di T-USA e ora alla sua miglior annata, con, a titolo di esempio, 21 gare su 27 terminate sopra ai 20 pti? Noi non possiamo, dunque amiamo gli Utah Jazz.

4 – LOS ANGELES CLIPPERS. Li mettiamo al quarto posto anche se non ci tiriamo indietro e ribadiamo: i segnali che per i Clippers possa finire diversamente dal solito ci sono tutti. Hanno una difesa very serious, salita oltre i 100 pti incassati in coincidenza con gli infortuni a Griffin e Paul. Hanno il perenne miglior sesto uomo della NBA in Jamal Crawford, DeAndre Jordan sta tirando i liberi sopra al 50%, e il magistero di Chris Paul, se venisse portato anche ai PO e soprattutto fino fondo ai PO, è il solo magistero in grado di opporsi a Warriors e Spurs. Sono quarti solo per colpa degli infortuni, e poi perché siamo affascinati dalla nuova creatura di Mike D’Antoni.

3 – HOUSTON ROCKETS. Record di triple segnate e tentate in singola gara, record NBA per gare consecutive con almeno 10 triple imbucate, un sesto uomo che viaggia a 17.4 pti con il 44% da 3, il mglior giocatore che ha rendimento da 28-12-8 ogni volta che scende in campo, ed è una guardia. Il secondo e terzo rimbalzista della squadra sono la suddetta guardia e la sua point-guard. Se proseguissimo, questa squadra assomiglierebbe sempre più ai Golden State Warriors per numero e quantità di stats positive e particolarissime. Invece sono i Rockets di Mike D’Antoni, che in un paio di mesi ha portato la franchigia texana dal deserto Bickerstaff+Howard al rigoglìo attuale. Purtroppo per loro, al momento delle gare che assegnano i banners, conta molto la difesa, e quella di Harden e compagni è discreta ma non blindata. Pensiamo potrebbe fare uno scherzetto agli Spurs ma non a Golden State: in ogni caso non è più tanto scontata la Finale di Conference Spurs-Warriors.

2 – SAN ANTONIO SPURS. A proposito di difesa. Gli spurs sono nettamente i migliori quando le partite sono serrate (5 punto di scarto o meno) e arrivano da giocare gli ultimi 5 minuti. L’opposto dei Thunder, insomma. Nei frangenti che dicevamo lasciano agli avversari 34 punti ogni 100 possessi, come a dire che non pedono quasi mai se le gare sono tirate. Il loro punto debole, almeno finora, ha un reparto: playmaking, perché Parker è l’ombra di se stesso ma Mills non ha ancora ricevuto da Pop l’eredità del Francese. Ha anche una caratteristica generale: età unita ad atletismo. Parker, Ginobili, Gasol, Aldridge, Anderson: sono tutti o parecchio avanti con gli anni o in debito di fisicità nei confronti della media degli avversari diretti…oppure entrambe le cose. Meno male che c’è Kawhi Leonard, che fa tutto e che purtroppo non sarà mai MVP perché è uno che sta zitto, gioca e basta. Il quadro è forse dipinto troppo di grigio perchè si tratta degli Spurs, ossia di una franchigia da cui si pretende sempre l’eccellenza: non è tutto perfetto, ma sono pur sempre quelli che sono 16-2 in trasferta, dopo averne vinte 13 in fila fuori da Alamo.

1 – GOLDEN STATE WARRIORS. Il laboratorio della Bay Area è un posto che ogni amante del Gioco dovrebbe avere caro. Non sono tanti i posti in cui viene elaborato come sarà il gioco nel futuro, la Oracle Arena è uno di questi. Kerr e i suoi Warriors stanno assemblando quel che pareva impossibile assemblare soltanto un decennio fa. 6 mani capaci di fare 30 ogni sera, più un paio destinate a fare tripla doppia ogni sera, coi giusti minti a disposizione. Il Trio (KD-Steph-Klay) e il Tuttofare (Darymond Green è primo in ogni specialità che non sia segnare) vivono gli esperimenti insieme a un tranquillo ex-sovietico di nazionalità Georgiana, che si adatta a fare tutto quel che serve, tranne l’unica cosa che a Golden State manca davvero: stoppare. Ecco perché l’alchemico Kerr ha aggiunto ali di ppiistrello alla pozione sotto forma di un matto vero, Javale McGee, figlio della più grande giocatrice di basket della storia, Pam McGee. Ecco, forse assistendo impotenti ai “momenti-no” di Javalone, dovremmo anche pensare che cosa avrebbe combinato nel basket il figlio di Michael Jordan, perché questo è Pam per le ladies. In ogni caso, in qualche modo, la combustione sta generando un prodotto ancora non terminato, ma sorprendente. Lasciamo stare che abbian perso a Cleveland buttando la gara e un po’ osteggiati dai grigi: loro stanno anche difendendo e proteggendo l’anello. Non stoppando ma impedendo di avvicinarvisi. E’ una difesa molto dispendiosa quella degli Warriors, ma i minutaggi della panchina stan crescendo, e Iggy-Livingston-Miller, i principali backups del centrocampo, hanno elevato il loro rendimento, fino a rendere GS non solo il secondo attacco per numero di possessi, ma anche una difesa che sta nelle prime dieci per punti su possesso e al 15’ per punti subiti a livello assoluto. E parliamo di una squadra che, se siete sulla quarantina, negli anni ’80 e ’90 chiunque avrebbe definito “impossibile da assemblare”. God Bless il Laboratorio.